KULTURA KAVEDIO
La memoria è viva
Testo a cura di Gabriele Rossi
Il 30 giugno per Genova non fu una giornata come le altre.
In un clima politico già incandescente, divenne il punto di rottura tra una parte del Paese che temeva una svolta autoritaria e un governo, quello guidato da Fernando Tambroni, sempre più contestato per il sostegno del Movimento Sociale Italiano.
La scelta di organizzare a Genova il congresso nazionale del MSI fu percepita da molti come una provocazione.
La città, decorata con la medaglia d’oro della Resistenza, aveva avuto un ruolo decisivo nella Liberazione dal nazifascismo e proprio per questo, l’ipotesi di ospitare un partito considerato erede del fascismo scatenò una forte reazione politica e popolare.
Le forze della sinistra, i sindacati e numerosi cittadini si mobilitarono contro quella decisione.
Anche figure simboliche della Resistenza, come Sandro Pertini, intervennero pubblicamente, richiamando la necessità di difendere i valori conquistati con la Liberazione.
Il 30 giugno la situazione esplose.
Piazza De Ferrari divenne il centro della protesta.
Le forze dell’ordine, schierate in massa, cercarono di contenere la manifestazione con cariche, anche a cavallo, idranti e lacrimogeni.
La tensione, già altissima, degenerò rapidamente in scontri violenti.
Barricate improvvisate, pietre e oggetti recuperati dai bar e dalle strade vennero utilizzati dai manifestanti per resistere all’intervento della polizia.
Le camionette furono incendiate, mentre la piazza si trasformava in un campo di battaglia urbano.
Gli scontri si protrassero per ore, lasciando dietro di sé feriti e numerosi arresti.
Nonostante la durezza degli eventi, la mobilitazione ebbe un effetto politico immediato perché il congresso del MSI venne annullato.
La giornata ebbe però anche conseguenze giudiziarie significative.
Decine di manifestanti furono arrestati e successivamente sottoposti a processi, in un clima che alimentò ulteriori polemiche e divisioni nel Paese.
Parallelamente, la crisi politica si aggravò fino a coinvolgere direttamente il governo Tambroni, che poche settimane dopo sarebbe caduto sotto il peso delle proteste diffuse a livello nazionale.
Ancora oggi quella giornata viene ricordata come il simbolo di una città che scelse di opporsi con forza a quella che percepiva come una deriva politica pericolosa.
Genova, con la sua tradizione antifascista e la sua storia legata alla Liberazione, si confermò come uno dei luoghi più significativi della memoria.
La pressione popolare diffusa in molte città italiane dimostrò la forza della mobilitazione civile.
In quei giorni emerse con chiarezza come, in alcune circostanze, la partecipazione collettiva e la protesta popolare possano incidere profondamente sulle scelte dei governi, fino a determinarne la fine.
KULTURA KAVEDIO
Ribelli a mano armata: Da Pièce teatrale a corto cinematografico Intervista a Nicolò e Maurizo
Ospiti di Radio Kavedio, Nicolò e Maurizio, parte di una troup che ha lavorato ad un progetto molto particolare e appassionante.
Ascolterete nel Podcast la genesi del progetto: Ribelli a mano armata-il corto.
Opera nata dalla proposta avanzata dalla compagnia teatrale «Teatro degli zingari» di concretizzare sullo schermo ciò che i suoi componenti hanno sempre vissuto sul palco.
Nicolò, regista del cortometraggio coadiuvato dall’instancabile Lucio, aiuto regista per eccellenza, collega di Maurizio, caposaldo e punto di riferimento del Teatro degli zingari. Scambiandosi pareri, passioni e idee, hanno cercato di dar vita a un progetto che si è rivelato, alla fine, una sorpresa positiva in termini di risposta del pubblico, impatto mediatico e risonanza nella comunità di quartiere.
Mattia, sceneggiatura e cura della «parola» sul set, con la dovuta attenzione all’impatto che avrebbe avuto sullo schermo.
Le tematiche affrontate, pur essendo ambientate nel passato, sono di drammatica attualità e portano a riflettere e a rivivere momenti che sembravano ormai superati: ribellione, crisi sociale, anarchia.
I gesti rivoluzionari dei protagonisti del film, vengono “spiegati” : l’anarchia vista dall’interno, come la scintilla che mette in moto l’atto rivoluzionario, destinato a sfociare nella ribellione sociale.
Opera ispirata al libro di Emilio Quadrelli, *Andare ai resti*, da cui vengono estrapolati eventi, azioni e caratteri, cucendo addosso a ogni personaggio il proprio modo di pensare, agire e reagire.
L’obiettivo del cortometraggio, dicono gli autori, non è raccontare la storia di una rapina, ma il malessere di una generazione.
Ed è esattamente quel malessere che si respira proprio in questi giorni.
KULTURA KAVEDIO
Ride for Handala II il podcast, Puntata 1: La Partenza
Ci sono viaggi che nascono dalla voglia di partire e altri che nascono dalla necessità di arrivare da qualche parte.
Il mio è iniziato il 20 luglio, da Piazza Alimonda, a Genova.
Venticinque anni dopo quelle giornate che hanno segnato una generazione, ho deciso di mettermi in sella e attraversare l’Europa. Da Genova alla danimarca, più di 1500 chilometri, pedalando attraverso l’Italia, l’Austria, la Germania, fino alla Danimarca.
L’ho chiamato Ride for Handala II.
Un cicloviaggio, certo. Ma soprattutto un pretesto: quello di attraversare confini, e incontrare persone per tenere insieme una memoria e una solidarietà che, a distanza di venticinque anni, continuano a parlarsi.
Ho pedalato da solo, per chilometri e chilometri. Ho dormito dove capitava, ho attraversato montagne, pianure, città e paesi che spesso sembravano raccontare un’Europa molto diversa da quella che siamo abituati a immaginare.
E pedalando ho incontrato anche le contraddizioni di quell’Europa: i confini che sembrano non esistere più e quelli che, invece, tornano prepotentemente a farsi sentire.
Questo podcast è il racconto di quel viaggio.
Perché a volte pedalare è semplicemente un modo per andare avanti.
E altre volte è un modo per non dimenticare.
KULTURA KAVEDIO
BIG BROTHER IS WATCHING YOU
Nel mondo immaginato da George Orwell in 1984, il potere ha un volto: quello del Grande Fratello.
La sua presenza è ovunque e il suo messaggio è semplice e inquietante: “BIG BROTHER IS WATCHING YOU”.
Non sei mai veramente solo.
Le telecamere osservano, il potere controlla e ogni cittadino vive sapendo di poter essere sorvegliato.
Quando Orwell scrisse il romanzo, nel 1949, quella società sembrava una distopia ma oggi alcune delle tecnologie che allora appartenevano alla fantascienza sono diventate realtà.
Nel 2013 Edward Snowden rivelò al mondo l’esistenza di enormi programmi di sorveglianza digitale gestiti dall’intelligence statunitense.
Le sue rivelazioni mostrarono quanto fosse diventato potente lo Stato nel raccogliere e analizzare comunicazioni e dati digitali.
La capacità di sorvegliare non riguardava più soltanto singoli sospettati, ma poteva estendersi a una quantità enorme di persone.
Oggi quella discussione arriva a un nuovo livello: il riconoscimento facciale.
Il tema è particolarmente attuale in Italia perché il Governo sta discutendo in Parlamento un decreto legislativo sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle attività di polizia.
Lo schema disciplina anche l’identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi pubblici, prevedendone l’utilizzo in determinate circostanze e secondo specifiche procedure di autorizzazione.
Una telecamera tradizionale registra ciò che accade.
Il riconoscimento facciale fa un passo ulteriore perché può trasformare un volto in un’identità.
Una piazza, una stazione o una manifestazione possono quindi diventare luoghi nei quali non siamo semplicemente ripresi, ma potenzialmente riconoscibili e identificabili attraverso un sistema automatizzato.
Ed è proprio qui che la questione della sicurezza incontra quella della privacy e della libertà.
Questo dibattito arriva mentre il governo Meloni ha adottato una serie di provvedimenti sulla sicurezza caratterizzati da nuovi reati, aggravamenti delle pene e maggiori strumenti repressivi.
Il Decreto Sicurezza ha introdotto nuove fattispecie e sanzioni, intervenendo anche sulle proteste e sulle manifestazioni.
La questione non è negare l’esistenza della criminalità né mettere in discussione il compito di garantire la sicurezza.
Il punto è stabilire fin dove può spingersi il potere dello Stato nel nome della sicurezza e quali libertà siamo disposti a sacrificare per ottenerla.
Se ogni problema viene affrontato principalmente attraverso un nuovo reato, una pena più severa o uno strumento di controllo in più, il rischio è quello di costruire lentamente una società sempre più repressiva.
E il tema diventa ancora più delicato quando riguarda il dissenso.
Manifestare, scioperare, protestare e contestare il potere non sono minacce alla democrazia: sono parte della democrazia.
Per questo è necessario chiedersi cosa accade quando, contemporaneamente, aumentano le pene per determinate forme di protesta, crescono gli strumenti di sorveglianza e diventa possibile identificare automaticamente chi si trova in uno spazio pubblico.
La frase “se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere” non dovrebbe essere la risposta.
La privacy non serve soltanto a chi ha qualcosa da nascondere ma è un diritto di tutti.
Protegge la vita privata, le relazioni, il lavoro, il giornalismo, le fonti, le manifestazioni e soprattutto la possibilità di dissentire senza sentirsi costantemente osservati.
La lezione di Snowden e l’immaginazione di Orwell ci ricordano quindi una cosa fondamentale: la tecnologia può rendere lo Stato enormemente più potente nel controllare la società.
E proprio per questo servono limiti, trasparenza e garanzie.
Il vero pericolo non è necessariamente svegliarsi un giorno dentro 1984 ma è arrivarci lentamente, accettando un controllo alla volta perché ogni volta ci viene detto che è necessario per la nostra sicurezza.
“BIG BROTHER IS WATCHING YOU.”
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